MAGAZINE Dicembre 2024 N°2

Cara lettrice, caro lettore,
inizia in questi giorni il mese di dicembre, dopo un lento e graduale accompagnamento di un autunno strano e fugace, che ci introduce in quell’atmosfera un po’ magica ed evocativa di tanti ricordi giovanili, indelebili, che bussano alla porta della mia mente.
Tanti sogni del tempo di allora, ad occhi aperti, trascorsi immaginando un silenzioso luogo di montagna, ove una tempesta di neve mi costringeva a rimanere bloccato tra gli alberi e la neve, al freddo, sino a scorgere qualche animale della foresta, che si avvicinava al rifugio, ove avevo trovato riparo dalle intemperie.
Una situazione che ho spesso sognato e desiderato, guardando il soffitto, immaginata volontariamente e assecondata semplicemente dall’ascolto di una “cassetta” musicale con i cori degli alpini o di qualche altra melodia.
Il momento dell’immaginazione e del sogno ad occhi aperti mi ha accompagnato per anni, che, talvolta, ancora oggi, mi concedo, emozionandomi, pensando situazioni diverse di contesti lontani.
Da giovane il mio tempo era scandito dai “film” a occhi aperti, sempre indotti e accompagnati da una colonna sonora musicale, che era capace di indurre in me veri e propri stati d’animo definiti.
Emozioni e sentimenti che io decidevo di vivere e che erano associati a specifici brani musicali.
Quasi come un intervento chirurgico sulla mia anima.
Credo di essere diventato un professionista dei “film immaginati”, nei quali protagonisti, spesso eroici, si muovevano lungo trame precise e definite.
Film che, però, si interrompevano sistematicamente per il richiamo dei genitori o di mia nonna: “Filippo quando ti metti a studiare?”.
Il sogno è stato in gioventù per me l’amico più fedele, inseparabile, nonostante il “dover studiare”.
Ma ero diventato abile, perché, “i miei film” continuavano anche sui libri di scuola e, a scuola, nel corso delle lezioni. Quelle poche che frequentavo…riprendendoli il giorno dopo o la sera quando mi coricavo, esattamente dal punto in cui erano stati interrotti.
Come un vero lettore musicale, con lo stop e lo start, che io utilizzavo ormai con estrema disinvoltura.
Mi mancano così tanto quei sogni, che spesso avevano come palcoscenico la neve che cadeva, nel freddo e in quella dimensione misteriosa della montagna.
Forse è questa la ragione che mi ha condotto a temere così tanto il tempo di oggi, dominato da un cambiamento climatico che sta lentamente rubando il mio palcoscenico preferito.
Non c’è più la neve che cade che io osservavo dalla finestra, sognando di vivere momenti eroici avvolti dal mistero della montagna. Io che nasco vicino al mare, che amo e che ho amato e conosciuto in tanti luoghi di questo mondo così violentato e tormentato.
Ma, nonostante ciò, ogni dicembre mi assale una strana magia, quella dolce malinconia che cavalco con la ricerca del freddo o con qualche viaggio fuori porta, capace di ricondurmi a quel “tempo sognato, che bisognava sognare”.
In questi giorni mi capita ancora di trovare traccia del mio passato, soprattutto di quei sogni che sono divenuti un dono sempre più raro in questo tempo di oggi, tanto bistrattato dalla perdita di senso e di valore.
Una malinconia che mi seduce ancora, regalandomi attimi di piacevole tristezza, contemplativi del mio mondo interiore, che osserva, dalla propria veranda, il mondo che passa là fuori.
Un’atmosferica magica e malinconica che, per alcuni, si trasforma in un tormento, soprattutto per chi vive la propria solitudine dell’anima, in assenza di un luogo, ove gli affetti, così come i sogni, riescano a colmare quel vuoto che, in questo periodo dell’anno, diviene opprimente.
Mancanza, desiderio, sogno e malinconia.
Sono questi gli stati d’animo che danno vita a questo dicembre, magico e, per alcuni, doloroso.
Ed è con il “desiderio” che si apre questa Newsletter di dicembre, per poi proseguire con la presentazione dell’evento organizzato dalla Fondazione PsicheFuturoInnovazione: un elegante tentativo di regalare nuovi sogni a chi fatica a sognare, perché ingabbiato dalle sbarre del disagio mentale.
Per poi terminare con un momento di estasi e di contemplazione, fors’anche un po’ malinconico, della mostra di Stefano Casati, oggi ospitata ad AniséArtGallery.
Che sia quindi una buona e serena lettura, con l’augurio, per tutti, lettori e non, di trascorrere un magico e rassicurante Natale.
Arrivederci al prossimo anno.

Desiderio senza età.
È di qualche giorno fa la mia partecipazione in una conferenza in cui si è dibattuto sui contenuti dell’Opera lirica “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti, che invito a vedere, prima della lettura di questa mia riflessione.
Una serata piacevole, condotta da Alberto Mattioli, giornalista e scrittore, con cui mi sono interfacciato sul tema “Desiderio senza età”.
Don Pasquale, protagonista dell’opera donizettiana, è stata per me una figura tenera, a tratti goffa, un po’ grottesca, la cui unica colpa era di desiderare una donna a dispetto della propria età.
Una figura con cui ho solidarizzato sin dai primi momenti dell’opera, perché Don Pasquale non ha colpe. Ha soltanto ricercato la felicità!
Come tutti, in fondo. Come qualunque essere umano “sano”, al di là di cosa possa renderci felice che è, invece, questione molto più ampia, filosofica, morale, culturale e fors’anche psichiatrica.
Nell’opera di Donizetti si percepisce, sin dalle prime battute, una sorta di giudizio morale, che trova la sua catarsi nell’amore universale e nella “bontà, che tutto risolve”.
I tempi odierni godono, forse, di un palcoscenico più ampio. Non si è poi così severi verso chi, anziano, desidera un partner, seppur ancora la morale, o forse l’invidia, siano, seppur subdolamente, in parte condizionanti e giudicanti.
Ma a me Don Pasquale ha intenerito e fors’anche incuriosito, soprattutto per la sua voglia di vita, per il suo protendere nella direzione di quel qualcosa che dà senso all’esistenza, come la ricerca della felicità.
Perché cercare la felicità è un inno alla vita soprattutto per chi, come me, lavora nel tentativo di allontanare ogni giorno il fantasma della morte, meschinamente presente nello psichismo di che vive il disagio mentale.
Ascoltare Don Pasquale è stato quasi un arcobaleno dopo tante tempeste.
Agostino diceva che la felicità costituisce una delle ragioni più significative del filosofare. E il desiderio non ha ragione di esistere senza felicità.
Ma pensate che bella l’origine della parola «desiderio».
Dal latino desiderium, vocabolo che si compone dalla preposizione de, che specifica il moto, la provenienza appunto e dalla parola sidus, stella.
È così che il desiderio, proviene e ha a che fare con le stelle, perché per “desiderare”, bisogna guardare in alto. È bello pensare come una delle specificità che abbia distinto gli uomini dagli animali, sia stato il passaggio dalla quadrupedia alla posizione eretta, potendo così guardare in alto e osservare le stelle.
Una sera, attorno al fuoco, volgendo lo sguardo al cielo, l’uomo rimarrà stupefatto per l’infinità di piccoli punti luminosi, lontani ed irraggiungibili, sconosciuti, capaci però di indurre un tale stupore da lasciare traccia per sempre nella psiche dell’uomo.
Da quel momento quell’emozione diverrà un sentimento per lui, un desiderio appunto, che lo spingerà a cercare oltre sé stesso, quasi alla ricerca di qualcosa di indefinito che lo pervade e lo attrae oltre ogni dimensione. Qualcosa che, tuttavia, non troverà mai, se non in qualcosa che può soltanto immaginare: le stelle.
Ma desiderare significa soprattutto vivere la mancanza delle stelle.
Un sentimento che, così, proviene dalle stelle e di cui si avrà sempre mancanza.
Come il feto, che, soddisfatto e felice nel grembo materno, nasce e si dispera, perché vuole tornare lì, da dove proviene, a vivere quell’esperienza che mai troverà in vita.
L’uomo vivrà nella costante ricerca di quel sentimento vissuto ed esperito nel grembo materno. Solo in pochi momenti della sua vita, come l’innamoramento o il soddisfacimento di un desiderio, appunto, si sentirà soddisfatto. Un attimo soltanto, vissuto nel momento in cui la speranza di soddisfare il proprio desiderio, lascerà la scena all’appagamento, che, a sua volta, lentamente, si dissolverà, sino al ritorno in quella dimensione originaria, dominata dalla percezione di mancanza indefinita che caratterizza l’uomo.
Sino, però, al nuovo desiderio e al suo percorso diretto verso un nuovo soddisfacimento. Nella direzione delle stelle…
Questa è la ragione per la quale ho solidarizzato con Don Pasquale, che vive ancora la vita nella ricerca della felicità e del proprio tempo, quello soggettivo, al di là della scansione oggettiva temporale.
Jean Paul Sartre definiva l’uomo come un essere non finito, spostando così l’accento sulla ricerca costante di una finitezza che l’uomo mai raggiungerà, perché “essere non finito” nella sua essenza e come tale mancante.
E il desiderio può intendersi come una delle espressioni della non-finitezza dell’uomo e del suo “vissuto mancante”.
Ma ben prima del desiderio, è la “mancanza” dell’uomo a costituire il motore di una dinamica complessa e affascinante, tesa tra mancanza e desiderio, che ci consente di comprendere come l’uomo sia un essere inquieto ma costantemente in “movimento”.
Una inquietudine che nasce e prosegue per la sua natura “mancante” e nella continua ricerca di una pienezza che mai giungerà, se non per brevi periodi, o avvicinati soltanto dopo un percorso di elaborazione cosciente, improntato sull’accettazione della propria natura o, come per alcune culture o filosofie, attraverso il complesso percorso volto alla liberazione del bisogno.
Ma non confondiamo il desiderio con il bisogno, seppur talora queste due figure psichiche possano intersecarsi. Perché il bisogno attinge più alla sua sfera pulsionale e meno a quella cognitiva, da intendersi più come un’emozione e non un sentimento, come invece il desiderio.
Il bisogno per sua natura è invasivo, prepotente, irrefrenabile mentre il desiderio è una figura complessa, malinconica ed eterea dello psichismo dell’uomo.
Esso può aspettare, divenendo un compagno di vita, di cui poterne rinviare il soddisfacimento, sino ad affinarne il sapore.
Un sentimento che ha toni e sembianze in movimento, come la speranza, l’attesa, la passione ma anche la malinconia, che coesistono, cedendo il passo l’uno con l’altra. A volte è la malinconia ad alimentarlo, altre volte la mancanza, così come l’attrazione, tanto si vorrebbe sperimentare quell’emozione nata dalla visione delle stelle…
Il desiderio ha una radice sottile e complessa, legata alla storia, alla memoria, agli affetti dell’individuo, ai suoi valori e alla sua capacità di immaginare.
Il desiderio è capace di indirizzare tutte le energie dell’individuo nella direzione di un oggetto o di una situazione considerata vitale per la persona.
E a differenza del bisogno, che spinge acriticamente nella direzione del soddisfacimento, nel desiderio si attua una vera trascendenza dell’essere umano.
Una dimensione nella quale la stabilità dell’individuo è fondamentale, insieme alla capacità di dominare la spinta egocentrica del soddisfacimento, secondo la dinamica del “tutto e subito”.
È questo, secondo me, un tema cruciale del Don Pasquale, che apre lo spazio ad una riflessione molto ampia.
Per Don Pasquale si tratta di un bisogno o di un desiderio?
Attinge più alla dimensione della pulsionalità o del desiderio di vita?
Una domanda che mi sono posto sin da subito durante la visione del Don Pasquale.
Da un verso, la rappresentazione goffa e un po’ grottesca del desiderio, quasi come se si trattasse di un bisogno pulsionale sessuale, che credo abbia risposto soprattutto a delle esigenze teatrali.
Dall’altro, il tentativo di trovare un senso e una morale alla storia, che mi porta a non risolvere semplicemente la questione, come se si trattasse di un semplice bisogno sessuale.
Don Pasquale è stato sedotto dalla “grazia e dall’educazione” di Norina, raccontate dal medico Malatesta, che stimola così in Don Pasquale l’immaginazione dell’amore ideale.
È così che Don Pasquale non voleva soltanto un corpo ma una donna, presentata come unica, quasi ideale, forte di una educazione all’insegna del servilismo e della dolcezza, ben al di sopra della donna che incarna l’immagine di colei con cui vivere un piacere carnale. Norina è una donna, invece, con cui accompagnarsi e invecchiare.
Don Pasquale nutriva un desiderio, certamente sostenuto dalla pulsione verso colei che però incarnava l’oggetto di un amore ideale.
È davvero affascinante come un’opera teatrale possa accogliere nella sua trama, questioni così ampie e profonde. Un dialogo teso tra mancanza e desiderio, ove il mondo degli affetti, della volizione e della cognizione, ne condizioneranno l’evoluzione, in un palcoscenico in cui va in scena una questione filosofica e psicologica centrale, delineata nell’appartenenza dell’uomo al sublime, nonostante il suo essere mancante.
Questa è la condizione paradossale e tragica dell’uomo: essere limitato ed insieme desiderare l’infinito.
Forse la forma più alta e impegnativa del desiderio risiede proprio nel nutrirsi del suo essere mancante. Una mancanza che diviene così il vero nutrimento dell’uomo.
E’ in questa sua natura complessa che il desiderio porta con sé qualcosa di misterioso, fors’anche perché tende nella direzione di una “sconosciuta realtà conosciuta”, usando le parole di Sant’Agostino, il quale affermava: “Nel non sapere, sappiamo che questa realtà deve esistere”.
L’uomo non sa cosa vuole veramente, non sa cosa sia questa vita ma continua a pensare che in qualche modo esista qualcosa verso cui tendere.
È per tutto ciò che ho guardato con tenerezza Don Pasquale, per questa sua tensione verso la vita e verso qualcosa che non conosciamo che però da senso e significato all’esistenza, tanto da non riuscire ad immaginare una vita in assenza del desiderio.
A volte ho pensato a cosa possa essere una vita in assenza desiderio, o cosa sia, l’opposto del desiderio.
Pensiamo all’accidia, alla noia e all’apatia, a quelle condizioni in cui nulla interessa, in cui nulla smuove e che niente tocca la mente o il cuore in modo così forte da metterli in moto.
L’accidia è l’avversione ad agire, spesso associata alla noia e all’apatia. Gli antichi la definivano come “demone del mezzogiorno”. A mezzogiorno, il sole è nel suo punto più alto, non ci sono ombre, la sua forza è massima, tanto da togliere energia e non riuscire a fare alcunché.
Il mezzogiorno è, così, l’opposto delle stelle.
La noia è, invece, uno stato psicologico all’insegna della demotivazione, che si origina dall’assenza di azione, dall’ozio. Le eventuali attività sono svolte in modo ripetitivo, in assenza di alcun interesse o partecipazione emotiva, considerate come non corrispondenti alla propria natura.
L’apatia è, invece, l’assenza di pathos, di passione o di sentimento, tutto passa senza lasciare traccia, senza smuovere nulla, diversamente dal desiderio, che costituisce la forza e il motore che viaggia nella direzione del suo soddisfacimento e quindi nella direzione di vita.
E’ così che si spiega come la presenza di un desiderio e la definizione del percorso che volge al suo soddisfacimento, costituisca un parametro importante per l’approfondimento delle condizioni mentali della persona.
L’assenza di progettualità, infatti, costituisce una sorta di marker, che ci permette di indagare la possibile presenza di patologie depressive. Ben inteso, anche il depresso, talora, desidera. Ma desidera soprattutto di guarire e di uscire da quella morsa, che lo ha modificato al punto di non riuscire più a vivere la sua quotidianità con la sua ordinaria disinvoltura.
Ma al di là del desiderio di guarire, il depresso non è in grado di esprimere altro desiderio che stazioni per più di qualche attimo nella propria vita mentale. E nelle forme più gravi, quelle melancoliche, il depresso è privo di emozioni e di risonanza emotiva. Non ha emozioni e non è in grado di avere alcuna tensione nella direzione di alcun soddisfacimento. È la morte in vita!
Ma se la condizione psicopatologica è comunque curabile, ben diversa è la situazione in cui non si sia appresa la capacità di emozionarsi e di desiderare.
Dimensione che oggi pare sempre più presente nei giovani di oggi, i quali, non nutriti sin dai primi anni di vita dalla mancanza e dall’immaginazione, conducono oggi un’esistenza poco improntata su una progettualità definita e organizzata, non di rado privi di un sogno da perseguire.
Sovente l’ambizione e il desiderio si dirigono in quella dimensione virtuale ove poter trovare uno spazio per una illusoria autoaffermazione.
Un mondo, quello attuale, in cui la mancanza acquisisce un significato negativo, da combattere e contrastare ad ogni costo, sottraendo così al giovane la possibilità di crearsi uno spazio immaginario da sognare e verso cui ambire.
Una dimensione odierna oggi molto distante da quella dell’uomo primitivo, che si alzava e rimaneva stupito dalle stelle, emozionandosi. Un’emozione che lo ho portato a conoscere e studiare le costellazioni, riproducendole e spiegandole, senza mai fermare il proprio sguardo nella direzione di nuove stelle da scoprire e conoscere, seppur molte di esse non riuscirà mai a vederle.
Dal desiderio alla speranza, quindi, sino alla felicità che tutti noi ricerchiamo, prodigandoci in ogni modo per ottenerla.
Ma non dimentichiamo che la gioia è un’emozione primaria e la felicità è un sentimento che per sua definizione dovrebbe durare nel tempo ma che, da quanto asserito sin d’ora, rappresenta un sentimento illusorio, che non può perdurare nel tempo, data la natura mancante dell’uomo.
La felicità è un sentimento che l’uomo non potrà mai rendere stabile e che, invece, dovrebbe sostituire con quella condizione emotiva individuale connotata dalla tranquillità e dalla calma, tanto a livello interiore quanto esteriore. Uno stato così profondo e consolidato da affrancarsi da qualunque modificazione umorale o eccitazione o perturbazione, tali da modificare significativamente il proprio stato di pace.
Sto parlando della serenità che costituisce lo stato d’animo più significativo per il perseguimento del pieno benessere emotivo dell’uomo.
Condizione ben diversa dalla felicità che è, invece, intesa come quello stato d’animo in cui ogni desiderio è soddisfatto.
Ma se il desiderio è così importante per dare senso alla vita, c’è da chiedersi se tutti i desideri abbiano ragione di essere soddisfatti.
Giunge in aiuto Epicuro il quale, in una Lettera sulla felicità, propone una chiara e condivisibile suddivisione dei desideri, sulla base delle necessità umane.
Epicuro classifica i desideri suddividendoli in tre categorie:
naturali e necessari, che fanno capo all’amicizia, alla libertà, al riparo, al cibo, all’amore e alle cure;
naturali ma non necessari, protesi verso l’abbondanza e il lusso;
non naturali e non necessari, diretti nella direzione della ricchezza, del successo, del potere e della fama.
Epicuro sostiene che per raggiungere la felicità, sia fondamentale soddisfare i primi; specifica, altresì, che il soddisfacimento dei secondi sia positivo, soltanto se non vengano sacrificati i primi.
Gli ultimi, invece, nella stragrande maggioranza dei casi, costituiscono fonte di infelicità, non solo in seguito al loro conseguimento, ma anche per la loro stessa ricerca, poiché essi, meglio identificati come “falsi idoli”, contribuiscono solamente a creare una bramosia ancor più ansiogena degli stessi, fagocitando l’individuo nel più vizioso dei circoli.
Albert Einstein, a riguardo, affermava: “Una vita calma e modesta porta più felicità della ricerca del successo abbinata a una costante irrequietezza”.
Ma se il desiderio è esso stesso fonte di felicità, da cui deriva e verso cui tendere, è altresì vero che in assenza di desiderio non si vedrà mai la felicità all’orizzonte. Ma se il desiderio non è però sufficiente per il raggiungimento della felicità, è altresì vero che essa non possa basarsi su mere speranze future, perché la felicità si nutre soprattutto del godimento dei risultati ottenuti fino all’attimo presente, perché altrimenti l’intera vita dell’individuo rischierebbe di trasformarsi in un’infinita e logorante attesa di realizzare le proprie speranze.
Affermazione, questa, che evidenzia la fallace e ambigua esistenza di coloro i quali vivono la propria vita nella speranza di raggiungere piacere attraverso la prosperità, il lusso e la fama.
Ci è di aiuto la psicologia, così come la filosofia buddista, che specificano, in modi diversi, quanto la causa della sofferenza sia l’inconsapevole desiderio di piacere, derivato dall’introiezione di “falsi idoli”, il cui vero significato è ignorato dall’uomo, dal momento che, invece di condurre al fine sperato, portano alla sofferenza.
Ecco che l’uomo insegue questi modelli sacrificando ciò che il tempo può donarci, trasformandolo in un nemico e non nell’alleato che dovrebbe essere.
Le giornate si accorciano, non si riesce mai a fare tutto quello che si vorrebbe, eppure si è super impegnati, sempre presi e persi nel tempo che manca. La propria giornata è vissuta e interpretata secondo parametri economici, temporali e prestazionali. Una routine che talvolta genera sicurezza, ma anche rabbia, frustrazione, impegnando molte delle proprie risorse a rendere meno frustrante la propria quotidianità, nel tentativo, talora vano, di renderla, almeno in parte, piacevole o quantomeno accettabile.
È così che il nostro cammino per la ricerca della felicità si trasforma in un sentiero recintato, dal fondo insicuro, pieno di ostacoli ma circondato da un paesaggio splendido e sognante, che la maggior parte degli individui non trova il tempo e il modo per fermarsi ad ammirarlo.

La Fondazione PsicheFuturoInnovazione.
“‘Re-cordis”. Evento benefico.
Proprio in questo momento dell’anno, in prossimità del Natale 2022, presentammo il progetto pilota che oggi costituisce una realtà così significativa per il Centro Anisé e per la Fondazione PsicheFuturoInnovazione: un percorso riabilitativo di cura, del tutto gratuito, per giovani pazienti affetti da disagio psichico.
Presso il Centro Congressi di Bergamo, mostrammo alla comunità questo piccolo progetto, avviato soltanto qualche mese prima, che prevedeva lo svolgimento di alcune attività artistiche e sportive a scopo curativo, da integrare con la psicoterapia di gruppo e della famiglia, dedicato a soltanto 8 pazienti.
Oggi, l’impegno clinico e riabilitativo dell’equipe del Centro Anisé, congiuntamente all’incessante azione di recupero fondi della Fondazione PsicheFuturoInnovazione, ha reso possibile il considerevole sviluppo dell’intera area riabilitativa del Centro Anisé.
Una crescita così importante da motivare i soci fondatori e tutte le figure professionali impegnate, a superare gli infiniti ostacoli che una realtà simile comporta.
La sensazione è che siano trascorsi molti anni dalla nascita della Fondazione, quando, di fatto, la costituzione dell’ente no-profit avvenne meno di due anni addietro.
In una recente intervista, un noto psichiatra e scrittore, Vittorino Andreoli, affermava: “«Il mondo è in mano a imbecilli e la violenza dilaga. L’unico antidoto sarebbe l’amore”.
Nasce così la Fondazione PsicheFuturoInnovazione, nel tentativo di fare e costruire qualcosa che si avvicinasse quanto più possibile all’amore, offrendo così nuove occasioni di vita e possibilità per chi, da tempo, vede il mondo attraverso le sbarre della patologia psichica.
Nuovi percorsi di cura, pro-tesi verso il futuro, che consentano di riappropriarsi della libertà di sognare e desiderare.
Umberto Galimberti afferma che nulla è così vicino come la follia e l’amore.
E la Fondazione PsicheFuturoInnovazione si avvicina alla sofferenza mentale ed esistenziale, con passione e dedizione, creando e sostenendo progetti di cura ma anche proponendo arte, bellezza e momenti di cultura e scienza, che aiutino a perseguire i propri obiettivi.
Ma come il vero amore pretende, la Fondazione vuole liberarsi di ogni individualità, di ogni appartenenza politica o religiosa, e tende lì, verso la libertà, lontano da ogni affiliazione, sostenendo con fierezza ideali ma non persone, aprendosi e distendendosi verso il futuro, con qualunque strumento e veicolo, capace di innovare e facilitare, attraverso strade e soluzioni che consentano a Psiche di vivere la gioia della condivisione, della speranza e del desiderio di una vita migliore.
Il panorama oggi è molto più ampio rispetto a due addietro, sia sotto il profilo clinico, sia per quanto concerne l’organizzazione e il funzionamento della Fondazione, che conserva, invece, invariati e immodificati lo scopo e gli oggetti che hanno dato vita e senso alla Fondazione.
Oggi, sono circa 35 i pazienti che usufruiscono del trattamento riabilitativo sostenuto dalla Fondazione e svolto dall’equipe riabilitativa del Centro Anisé e almeno 10 pazienti sono in attesa di poter usufruire di tale percorso di cura.
Protocolli terapeutici che hanno, oggi, un costo complessivo annuale di circa 140 mila euro annui, interamente assolti dai Soci Fondatori, dal Centro Anisé, dai donatori e dall’attività svolta dalla Fondazione PsicheFuturoInnovazione.
L’organizzazione delle attività culturali e scientifiche dalla Fondazione si svolge, oggi, con estrema celerità ed efficienza, soprattutto per la particolare affinità culturale e motivazionale dei soci fondatori e dei consulenti che operano per la Fondazione.
Un ente che mantiene e conserva la sola finalità di rendere efficiente e più ampia possibile l’area riabilitativa di cura del Centro Anisé, offrendo così, sempre più, disponibilità e risorse terapeutiche a chi vive costretto e condizionato dalla patologia psichica.
Il 20 dicembre è una giornata davvero importante per la Fondazione PsicheFuturoInnovazione, che si fermerà, in una villa d’altri tempi, a respirare l’esperienza della solidarietà, in una cornice fatta di eleganza, arte e bellezza.
Un modo per celebrare gli sforzi compiuti e godere dei primi traguardi raggiunti.
La musica sarà di supporto, con gli archi e l’oboe della Donizetti Opera Ensemble, che ci regalerà melodie di Puccini, Mascagni, Morricone, Gardel, Piazzola, insieme ad alcuni temi natalizi.
Un modo per ringraziare i partecipanti, i quali, con la loro presenza, aiuteranno la Fondazione a procedere lungo un percorso fatto di dedizione, cura, solidarietà e speranza.
L’evento si svolgerà venerdì 20 dicembre alle ore 20.00, presso la Villa Martinelli di Mapello (BG).
Chi fosse interessato, può contattare la Fondazione presso il numero +393403562562 o all’indirizzo mail: fondazione@psichefuturoinnovazione.com.
Lieti e grati per la vostra presenza o per qualunque altra azione da voi svolta, al fine di sostenere l’infinito lavoro della Fondazione PsicheFuturoInnovazione, la quale vi augura un sereno Natale, pieno di sogni e di desideri, da esaudire lungo il percorso della vostra esistenza.

Anisé Art Gallery.
“Diari” di Stefano Casati.
Atmosfere intime e meditative, quelle evocate dalle opere di Stefano Casati, ospite di Anisé Art Gallery con “Diari”, mostra inaugurata domenica 24 Novembre, che apre ogni domenica le sue porte dalle ore 16.00 alle ore 19.00 (richiesta prenotazione telefonica al numero 366/5655950).
Una mostra curata da Sara Bonacina, titolare della Galleria d’Arte LABORATORIO 31 di Bergamo.
Un’esposizione che costituisce il terzo capitolo di “INTERCONNESSIONI”, una serie di mostre che vogliono creare una rete tra artisti e territorio, una connessione tra persone.
Anisé Art Gallery ospita i lavori di un artista molto interessante, professionista nel campo del restauro e della decorazione, che scopre la passione per l’astrattismo, che diventerà la sua principale area di espressione artistica.
Le sue opere sono descritte dalla curatrice Sara Bonacina, come pagine di un diario personale, che raccontano momenti di una quotidianità ordinaria, fatti di pensieri, emozioni e rielaborazioni.
Anisé Art Gallery, forte di una sua declinazione psicologica e filosofica, interpreta le opere soprattutto attraverso il controtransfer, ossia tramite il vissuto di colui che osserva l’opera.
Le opere di Stefano Casati spiccano per una lenta dinamicità, che predispone alla meditazione, all’abbattimento di quelle resistenze psicologiche, che impediscono di vivere le emozioni più profonde e intime, relegandole ai margini della coscienza e della mentalizzazione.
Opere capaci di muovere l’anima dell’osservatore e, come tali, meritevoli di essere vissute, al di là di qualunque attenta osservazione.