Anisè

gennaio 2025

MAGAZINE Gennaio 2025 N°3

gennaio 2025

Le pareti del tempio di San Sava (Belgrado, Serbia)

Cara lettrice, caro lettore,

da pochi giorni è iniziato il nuovo anno, oggi è il primo giorno dopo l’Epifania, con cui si concludono le festività e il clima di magica introspezione. Ma in altre latitudini, nel medesimo giorno della Befana, si celebra la vigilia del Natale ortodosso, preceduto da un lungo periodo di digiuno e di preghiera, che si conclude in chiesa, al tramonto, con preghiere e canti.

Al termine della preghiera i fedeli cantano l’inno di Natale e al centro della chiesa viene portata l’icona che rappresenta la festività: una candela accesa che simboleggia la Stella Cometa.

E’ questo il momento in cui termina il digiuno, mangiando il pane benedetto.

Il Natale ortodosso celebra la nascita di Gesù, figlio di Dio e della Vergine Maria, il 7 gennaio invece del 25 dicembre, in quanto la Chiesa Ortodossa continua ad utilizzare il calendario giuliano e non quello gregoriano, nato nel 1582, quando Papa Gregorio XIII decise di modificare il vecchio calendario introdotto da Giulio Cesare, chiamato giuliano, appunto, in suo onore. Per questo motivo i giorni tra il 5 ed il 14 ottobre del 1582 furono cancellati, cosicché il Natale Cristiano sarà festeggiato il 25 dicembre invece del 7 gennaio.

Del tutto diverso per i musulmani che fanno riferimento ad un altro calendario, basato sul moto della Luna, che ha inizio il venerdì 16 luglio 622 d.C. del calendario giuliano, in cui fu compiuta l’Egira da Maometto, articolandosi in 12 mesi lunari di 29 o 30 giorni.

L’anno del calendario lunare dura 354 giorni e, circa ogni tre anni, ha un giorno in più e il giorno inizia con il tramonto del sole.

Tanti altri calendari nel mondo misurano un tempo biologico che, tuttavia, procede senza esitazione secondo le leggi della natura, al di là di ogni religione o cultura.

Ed è così che terminate le feste, anche questa volta, si vive la malinconia di un periodo atteso con grande eccitazione, perché affetto, musica, suggestione, neve e stelle comete, magicamente si incontrano, celebrando l’incantesimo dell’esistenza. Ma, nel pieno di questa malinconia, in altre parti del mondo, nascono, quasi come un rituale circolare, attimi magici di celebrazione di questa vita ancora così ignota ma altrettanto seducente. Una circolarità che si muove lungo la dimensione fisica del tempo oggettivo, che procede però imperterrito, indipendentemente dai diversi sistemi convenzionali di suddivisione e di misurazione temporale.

Ed e’ proprio lungo questa dimensione che si svilupperà questo numero di Anisé Magazine, lungo il binario del tempo oggettivo, la cui scansione temporale non è modificabile se non attraverso la dimensione soggettiva del tempo, ossia l’esperienza emotiva e cognitiva del suo fluire. Una dimensione capace di influenzare così tanto lo psichismo dell’uomo, da essere considerata la base di molte delle espressioni psichiche e psicopatologiche.

Ma se il senso del tempo costituisce l’oggetto dell’analisi clinica e fenomenologica dall’esperienza temporale, saranno le diverse evoluzioni del disturbo mentale nel tempo a costituire l’argomento della riflessione successiva. Un’analisi storica della relazione esistente tra disagio mentale e società, per meglio comprendere come si sia giunti alla nuova dimensione di cura riabilitativa, promossa e sostenuta dalla Fondazione PsicheFuturoInnovazione.

In questo lungo viaggio attraverso le diverse dimensioni del tempo, il mio pensiero torna indietro di una decade, quando, il 4 Gennaio 2015, esattamente 10 anni fa, moriva Pino Daniele, immenso musicista partenopeo dell’intero panorama musicale degli ultimi 50 anni.

Anisé Art Gallery, area artistica del Centro Anisé, vuole ricordarlo con un mio pensiero che scrissi il giorno della sua scomparsa, nato da emozioni che oggi rivivo immodificate 10 anni dopo, quasi a voler beffeggiare l’impietoso trascorrere del tempo.

Buona lettura.

La persistenza della memoria

Centro Anisé

I volti del tempo.

Questo “tempo”, tanto temuto, odiato ma anche desiderato, discusso, ambito, cantato e immaginato.

Sovente, superficialmente considerato come un avversario di “vita”, si avvicina lentamente a noi da un orizzonte non definito e con cui, un giorno, si inizia lentamente a dialogare.

Un incontro che diviene sempre più cosciente e consapevole con la maturità, seppur le prime perdite o le separazioni, possano anticipare la relazione con questa figura, che tanto governa il nostro psichismo.

Per alcuni, infatti, la nascita del rapporto con il tempo è prematura, talora in età giovanile o adolescenziale, divenendo dominante e condizionante per la persona. Ma osservarlo e viverlo, quasi come se non ci riguardasse direttamente, è, secondo me, un approccio funzionale per un’esistenza più libera e disinvolta.

Come i bambini o gli animali che vivono la loro serenità, nell’inconsapevolezza della morte.

La comparsa del concetto di morte nello psichismo dell’individuo costituisce una rappresentazione mentale che definisce lo spazio ove l’esperienza depressiva troverà la propria cornice entro cui crescere e svilupparsi.

È con l’acquisizione del concetto di morte e di separazione, che fanno il loro ingresso nella coscienza della persona l’ansia, l’angoscia e, talora, il pensiero del suicidio.

Ma come può uccidersi un individuo senza conoscere cosa sia la morte? E si tratterebbe davvero di un suicidio?

Nella psiche dei bambini non si scovano intenzionalità suicidarie, così come negli animali che, non conoscendo il concetto di morte, mai adotteranno modalità volte alla cosciente auto-soppressione.

È facilmente desumibile, così, che nelle diverse culture, la dimensione del fenomeno suicidio si diversifichi in modo non trascurabile, in funzione del senso e del significato che ha la morte.

Certo è che il tempo, sia nella propria espressione oggettiva, sia nella sua rappresentazione soggettiva, evoca e riecheggia l’esperienza della morte che, come tale, condiziona l’esperienza di vita nelle sue propaggini più significative, come il desiderio, la speranza e le emozioni in genere.

Relazioni che il tempo tesse con tutte le figure psicologiche che albergano lo psichismo dell’uomo, quasi come un sistema solare, i cui rapporti si diversificano con il fluire del tempo oggettivo.

Uno “spazio”, quello delineato dal tempo, di dimensioni ignote, che non si vede né si tocca, teso tra due estremi: la nascita, corrispondente all’inizio della vita e il secondo, quasi del tutto oscuro, rappresentato dalla morte.

Uno spazio tra due “sommità” in costante dialogo tra loro attraverso la melodia della vita, il cui ritmo è scandito da un metronomo che, imperturbabile, prosegue, diventando percepibile soltanto se si tende l’orecchio verso di lui.

Il “tempo”, per alcuni anni del tutto silenzioso, che inizia a farsi sentire, divenendo più udibile soltanto quando la percezione oggettiva del “tempo che passa” incontra la nostra coscienza.

Quasi come una clessidra, che scende lenta e silenziosa, per poi, con gli anni, procedere più velocemente, sino a concludersi.

Ricordo l’angoscia all’inizio dell’anno scolastico, come una condanna, infinita, di poco meno di un anno, così lontano dalle prossime vacanze.

Oggi, da “grande”, un anno è troppo breve e troppo veloce per fermare il tempo o per non considerarlo, tanto da rinunciare a molti dei desideri sin d’ora nutriti dalla speranza.

Ma esiste una possibilità per rallentare la percezione del tempo, che viaggia crudelmente più veloce di noi.

Consiste nell’emanciparsi dai due estremi che delineano il nostro viaggio, che può e che deve, invece, continuare, privilegiando l’attenzione nei riguardi dei dettagli, trasformando il tempo come un alleato, un amplificatore di tutte quelle sensazioni che si associano agli innumerevoli attimi che, insieme, definiscono l’intera dimensione temporale. Momenti che assumono sapore, forma e significato, soltanto se ci si ferma ad osservarli, guardarli e a viverli.

È il percorso verso l’obiettivo a divenire, così, il senso dell’esistenza, un percorso che dovrà riprendere non appena l’obiettivo sarà raggiunto, nella direzione di nuove mete a cui tendere.

La percezione del tempo diviene così un singolare strumento di significazione dell’esistenza, una modalità virtuosa per godere del tempo, che può svelarci i suoi segreti, divenendo un compagno nella fuga da quella tristezza che il volgere dell’esistenza ci impone.

È però il desiderio che ci distanzia dall’angoscia della morte, quasi come una liberazione dall’ incessante scansione temporale.

Come quando si è dinanzi ad una sublime opera d’arte che trascende ogni realtà, rimbalzandoci in una dimensione senza tempo, immortale.

La tensione verso la realizzazione del desiderio rende tutto meno opprimente, approssimandosi così alla pienezza emotiva ed affettiva, verso la quale ci si è diretti per l’intera esistenza. Una tensione illusoria, convinti che l’appagamento sia la via per l’attribuzione di senso all’esistenza.

Ma proprio nel momento in cui si è pervasi dall’illusione della completezza emotiva, questa si dissolve immediatamente dopo il soddisfacimento del desiderio, rientrando nuovamente in quella condizione in cui l’impietosa ripresentazione del tempo torna ad influenzare il nostro psichismo.

Come un viaggio in treno, teso tra la vita e la morte, durante il quale il nostro sguardo volge all’esterno e, attraverso il finestrino, si apprezza un paesaggio che si allontana comunque da noi, sfumando, per poi, però, ripresentarsi, talora più lentamente, ma senza mai fermarsi.

Perché, come dice Ivano Fossati:

“….è tempo che sfugge, niente paura

Che prima o poi ci riprende

Perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo…”.

Dal tempo e con il tempo, figure come il desiderio e la speranza si pongono in relazione tra loro nel nostro psichismo, tracciando rapporti con esso, modificandosi in funzione delle nostre condizioni psichiche. Come un sistema solare in cui “desiderio” e “speranza” ruotano intorno al tempo, che, come il sole, dà vigore a due figure che sono espressione di vita e spingono il nostro treno sul binario, nella direzione di obiettivi che si delineano ripetutamente e che altro non sono che piccole tappe del nostro lungo viaggio dell’esistenza.

Un viaggio che dovrà proseguire, pensando ad un nuovo desiderio, ad una prossima tappa, ove vivere momenti il meno possibile condizionati dal tempo che passa e dove poter costruire nuovi progetti e sogni alimentati dalla speranza.

Ma il tempo, sempre più udibile che, approssimandosi al termine del proprio viaggio, riduce la propria forza generante, che soltanto qualche tempo addietro, si mostrava capace di nutrire sogni e di costruire desideri.

È ora che la sprezzante rimozione della consapevolezza di morte può rinverdire il desiderio e restituire colori alla vita, seppur per i pochi attimi che saranno, aprendosi ad un futuro che non riconosce l’apice terminale del tempo, quasi come se non si dovesse morire mai.

Il tempo quindi che non ha mai una forma e che muta di attimo in attimo, delineando forme che si lacerano per poi ricostituirsi, mediante un passato, presente e futuro che dialogano costantemente tra loro, intersecandosi, influenzandosi, confondendosi in costante dinamicità, senza mai mantenere una forma definita. Perché ciò che è presente, è, ora, già trascorso ma, il tempo che sarà è, invece, vivo e definito attraverso il desiderio mentre il tempo che era, vive attraverso il ricordo.

Ecco che è il presente a relazionarsi con il tempo futuro e con il tempo passato e i rapporti tesi con essi, ci consentono di definire equilibri e dinamiche che aprono le porte dell’animo umano, potendo così inoltrarci anche nei tormentati meandri della psicopatologia.

Ed è proprio attraverso l’analisi della dimensione temporale che si scorge come l’intero spettro emotivo esperenziale prenda vita e senso, tanto da poter considerare il tempo come il vero dettame della passione, dell’emozione e degli stati d’animo, dalla speranza e al desiderio, dalla felicità al dolore, sino alla depressione.

Tanti stati che vivono e si muovono ma, soprattutto, si esprimono per e attraverso la dimensione temporale.

Un’analisi dei fenomeni attraverso il senso del tempo che deve avvenire ben distinguendo il tempo soggettivo dal tempo oggettivo, due dimensioni il più delle volte non coincidenti tra loro.

Perché il tempo soggettivo è il tempo vissuto, ossia l’esperienza vissuta del tempo che scorre, diverso, invece, dal tempo oggettivo, obiettivo o tempo “fisico”.

Un tempo oggettivo ben articolato nei suoi tre stati temporali distinti e precisi quali il passato, presente e futuro.

Nell’esperienza soggettiva, invece, non si vive il tempo come una dimensione finita e determinata, attraverso gli stati cronologici del tempo oggettivo bensì mediante l’essere ora e l’essere da un passato verso un avvenire.

È questo il tempo vissuto, che si conosce solo vivendo quella vita in cui ogni presente esistenziale porta con sé un passato, proiettandosi nell’ avvenire.

Un passato e un futuro che assumono un senso, nel momento in cui si tende verso essi, creando quindi una continuità e una prospettiva.

Un presente senza retenzione o privo di protensione nel futuro, perderebbe ogni forma e qualunque senso.

È su queste dinamiche che si dischiudono orizzonti infiniti in merito alla comprensione del disturbo psichico, in quella situazione in cui la destrutturazione della temporalità sottende e sostiene la patologia mentale.

La moltitudine dei nostri pazienti racconta la loro depressione, che si offre agli occhi di noi medici in tutte le sue forme, attraverso i loro vissuti, mutando nel tempo e con il tempo.

Bergson sosteneva che la tristezza non è che un orientamento verso il passato, come se l’avvenire ci fosse in qualche modo precluso. Un passato che non è passato e che non concede al futuro di avvenire, le cui dimensioni sono tali da imporre la perdita del presente e del futuro.

È la fissazione nel passato che ottenebra il presente e che non si proietta più nel futuro.

Una dimensione che trova espressione nella continua rievocazione di episodi passati, assumendo così caratteristiche di prevalenza e di ruminazione mentale.

È l’accentuazione della ripetitività tipica del depresso, impoverito tanto nella produzione del pensiero, quanto nel suo linguaggio. Si perde lo slancio vitale, ciò che dà senso alla vita, come sosteneva Minkowski.

È il momento della perdita della possibilità di fare esperienza al punto da comportare un vero e proprio delirio. Non è più l’attesa pessimistica dell’evento come nella patologia depressiva di media entità ma è la convinzione che gli avvenimenti ancora in corso abbiano già una loro compiutezza.

È la depressione grave, con disturbo del pensiero derivato dalla flessione dell’umore. Una condizione in cui si determina anche la modificazione del rapporto con la realtà. L’alterazione delle dinamiche temporali su cui l’esperienza si articola, impone al depresso un’interpretazione della vita in termini pessimistici o addirittura in modo delirante.

Il futuro perde il suo significato, assistendo alla scomparsa del desiderio, della speranza, insieme alla progressiva distruzione della sfera volitiva. Stati della mente che, invece, vivono e si realizzano soltanto attraverso il divenire, o meglio nella proiezione a venire.

Il depresso si preclude il futuro in tutte le sue espressioni, confluendo così in un presente costretto dalla riedizione di un passato coartante e impermeabile a qualunque stimolo esterno.

Una vera schiavitù in cui le figure psichiche prevalenti del malato si delineano soltanto attraverso il rimorso, il rimpianto e la colpa di ciò che è stato o di quanto non è stato. È la vera disperazione che perde nel tempo i suoi contenuti e nessi casuali, lasciando così ampio spazio ad un’angoscia pervasiva e inespugnabile, tale da occupare per intero la vita mentale dell’individuo. Una perdita di continuità che trova nell’ossessione del passato la ragione del suo dolore ma anche il rifugio da un futuro percepito come più alieno e nefasto. Un passato che costringe al dolore, impedendo ogni espressione di libertà ma che costituisce una protezione rispetto ad un’esperienza futura che va rifuggita.

Ci si sottrae dall’avvenire, invece di cercarlo, cosicché si procede lentamente verso la sola condizione che si contraddistingue per una sua finitezza. È il cammino verso la morte in cui la depressione si risolve.

È questo il pensiero del depresso, che erroneamente si avvicina al raggiungimento di una finitezza, che mai si raggiungerà nell’esistenza della vita umana. Ma una ricerca di una morte che altro non è che un tentativo di vivere meglio.

E’ su questo principio che si articola il lavoro relazionale con il depresso, che aspira ad una risoluzione con il suicidio che, invece, rappresenta l’errata elaborazione di un desiderio di vita, che prende forma e che va interpretato sin da subito, così da ripartire nella costruzione di una nuova esistenza che guarda al domani, ad un futuro che si incontrerà con la sana e saggia consapevolezza della non-finitezza della condizione umana, in una nuova dimensione ove il desiderio diviene quasi una pianta da coltivare, partendo dai minimi movimenti di riapertura emotiva verso i piccoli e impercettibili attimi di vita quotidiana. Una figura da coltivare e ricercare ad ogni età, spingendosi oltre ogni dimensione temporale imposta dal tempo che passa.

Dott. Filippo Tancredi

Titolare del Centro Anisé

La Nave dei folli

La Nave dei folli (Hieronymus Bosch, 1494)

Fondazione PsicheFuturoInnovazione

Il dialogo tra disturbo mentale e società.

Pensare e comprendere la follia al di fuori della società, ad uno stato selvaggio, non è possibile. Essa, nelle sue diverse rappresentazioni, vive all’interno della società, in tutti i suoi luoghi, o nelle sue diverse forme, costantemente in accesa dialettica con essa, sovente in piena contrapposizione, come unite tra loro da un filo conduttore, che connette due polarità. La distanza tra esse si diversificherà nel corso della storia, subendo avvicinamenti e allontanamenti in funzione di variabili sociali e culturali, che condizionano e influenzeranno la relazione società/follia.

Una distanza “geografica” che pare raccontare la storia di questa relazione, dai tempi antichi al Medioevo, dal Settecento a oggi, momento storico che vede una follia davvero vicino al contesto sociale, sempre più impegnato a confrontarsi con essa, accogliendola, a volte integrandola, sovente scacciandola, in un dibattito che sta portando alla nascita di nuovi modelli interpretativi e di cura della malattia mentale.

Come nel Medioevo, anche nel Rinascimento la follia era intrisa di significati e valori estetici, quasi come parte integrante dell’umana tragicità.

Sebbene l’esperienza dell’alienazione e della punizione bussasse alla porta, il folle era ampiamente considerato dalla società e l’eventuale isolamento non costituiva affatto un pregiudizio o una preclusione al proprio ruolo sociale e simbolico che, invece, l’arte e la cultura dell’epoca gli avevano concesso.

Nel Medioevo e nel Rinascimento il folle, errante da città in città, esisteva in seno alla società, talora impegnato in qualche lavoro. Quando troppo agitato o pericoloso, si provvedeva a sfamarlo e a custodirlo in case dedicategli.

Più che persona reale, in carne ed ossa, il folle nell’epoca Medioevale era un personaggio, oggetto di rappresentazione artistica e di allegoria, espressione di una condizione umana priva di senso, sovente ricettacolo delle paure dei propri contemporanei. L’arte a pieno titolo riuscì a rappresentare il volto enigmatico della follia: ne sono testimoni molte delle opere di Durer, Brueheghel e di Bosch.

Nel XVII secolo, invece, la follia si allontana dalla società e con l’internamento, attraversa un periodo di silenzio, di esclusione, perdendo anche quella funzione di manifestazione e di rivelazione che aveva in precedenza. Ancora una volta l’arte ne offre una fedele dimostrazione, basti pensare a Shakespeare e a Cervantes.

In questo periodo la follia diviene beffarda, bugiarda e canzonatoria e il suo palcoscenico muta. Scandito dalle riflessioni di Cartesio e di Montaigne, il panorama della follia si caratterizzerà per la vivace costrizione degli ampi spazi rappresentativi concessi nel periodo medioevale, e per la supremazia e il dominio del pensiero sull’interpretazione allegorica della follia.

La comunità prende distanze ingenti, nette, irriducibili, e ben presto i privilegi culturali e il potere di suggestione del folle, ad appannaggio dell’epoca medioevale, lasceranno spazio alla sua visione come minaccia o semplicemente come individuo superfluo da allontanare e rimuovere dalla coscienza sociale.

E’ il momento dell’esperienza correzionaria, il cui simbolo più rappresentativo è l’Hospital General di Parigi, che viene definito da Foucault come “il terzo stato della repressione”.

Se nel Medioevo la sensibilità verso il folle era legata a trascendenze immaginarie, ora il folle è giudicato un ozioso, un personaggio inutile e come tale condannato ed escluso, insieme ai poveri, ai malati e ai criminali.

Un mondo occupato da ogni sorta d’individuo, dal folle al delinquente, dal bestemmiatore a colui che aveva tentato il suicidio. Anche l’arte non viene assolta, tanto che opere come quelle di De Sade, vennero avvicinate alle distonie della follia e del delirio.

La società industriale del tempo non contemplava la convivenza con la marginalità. A Parigi, su circa mezzo milione di abitanti, vennero stimati circa sei mila tra internati, vecchi, malati, disoccupati, prostitute e qualunque individuo estraneo al contesto sociale ordinario.

Si delinearono quindi due nuovi profili della follia: l’alienato, rappresentato da colui che ha perduto la verità e la realtà e l’insensato, ossia chi non è completamente estraneo al mondo della ragione, essendoci uno scambio perpetuo tra ragione e sragione.

Da questo momento in poi i folli troveranno finalmente uno spazio, indipendente e distaccato dal resto della società e dal mondo, che prima lo circondava.

Questo cambiamento è la prima testimonianza di quel grande movimento di riforma che si concluderà solo cent’anni dopo con la costituzione del primo manicomio. Ma se tale secolo costruirà uno spazio per la follia, sotto un altro profilo creerà, invece, una nuova solitudine in cui la follia si riconosce e interloquisce con essa.

La follia, quindi, acquista più importanza ma nello stesso tempo si allontana e si isola dalla realtà quotidiana.

Il Novecento è un palcoscenico nuovo, su cui la follia va in scena come un fenomeno naturale, legato alla verità del mondo, a fronte di una psichiatria sempre più nutrita da bisogni classificatori e descrittivi, incapace di formulare precisi efficaci modelli di cura, fatta eccezione di esclusivi trattamenti sedativi o delle “terapie di shock”, basate sull’ipotesi che un trauma febbrile, elettrico o ipoglicemico, avesse virtù terapeutiche.

Nel 1904 in Italia viene formulata la prima legge nazionale sull’assistenza psichiatrica, prevalentemente centrata su contenuti di ordine pubblico, privilegiando la protezione sociale rispetto alla cura.

Si è ricoverati se considerati individui pericolosi, assimilando così il paziente psichiatrico al detenuto: il ricovero coatto nei manicomi viene stabilito con un provvedimento del magistrato o del questore, mentre il direttore del manicomio è detentore della responsabilità penale e civile del paziente dimesso, ponendo così le basi per l’internamento a vita.

Si configura quindi un’istituzione manicomiale sempre più perfezionata e tesa alla reclusione e all’isolamento, specializzandosi nella funzione sociale di contenitore della follia, vanificando, quindi, qualsiasi programma di cura e riabilitazione.

Un approccio prettamente positivista da cui non potevano non derivare da una parte l’atteggiamento filantropico sprezzante della psichiatria nei riguardi della follia e, dall’altra, l’atteggiamento di protesta della classe intellettuale e artistica, volto a restituire all’esperienza della follia una profondità e un potere di rivelazione, annichiliti dalla segregazione e dall’internamento. Nerval, Artaud e altri artisti ne sono un’ulteriore testimonianza fedele che il mondo dell’arte ha offerto alla società “civile”.

Ma a fronte di un’immobilità dell’istituzione manicomiale, si assiste a una particolare evoluzione dell’ambito psicologico.

Nasce la psicoanalisi ma soprattutto si coagulano le numerose conoscenze psicologiche, antropologiche e fenomenologiche, le quali saranno le artefici di questo clima di rinnovamento, alla base del complesso percorso di deistituzionalizzazione manicomiale.

È questo il momento in cui avviene la rivisitazione del concetto d’identità della persona, del rapporto teso tra individuo e società e del concetto di salute e malattia mentale.

La nascita dei farmaci consente di gestire meglio la crisi e di porre delle alternative al “trattamento manicomiale”, al punto che, al termine della Seconda guerra mondiale, nel contesto di un panorama contraddistinto dai numerosi progressi sul fronte teorico e sperimentale, si assisterà alla nascita di un intenso fermento di iniziative, che si pongono come alternativa all’ordine psichiatrico manicomiale. In Inghilterra si sviluppano gli esperimenti delle prime comunità terapeutiche mentre in Francia nasce la psichiatria di settore.

Molte di queste iniziative non spiccheranno per sistematicità ma si connoteranno per aver recuperato l’idea di curabilità e di guarigione del disturbo mentale cui la psichiatria istituzionale aveva dimenticato. Si assisterà al superamento del pregiudizio secondo il quale la sofferenza mentale deve essere interpretata in base al modello medico-organicista, aprendo così la strada ad altre interpretazioni che tengano conto del contesto macro-micro sociale e delle componenti psicologiche.

Si configura quindi una nuova realtà, sostenuta dalla crescente consapevolezza dei limiti della psichiatria d’impianto ottocentesco e delle rigidità create dall’istituzione manicomiale e in tale scenario si innesta, a partire dagli anni Sessanta, il movimento italiano di negazione istituzionale, all’insegna della vivace critica al manicomio quale istituzione totale e luogo di produzione di cronicità: ciò che si osserva in manicomio non è il prodotto diretto della patologia ma dell’istituzione stessa.

Muta lo scenario legislativo che dalla legge Mariotti nel 1968, giunge a compimento con la legge 180, approvata nel 1978.

Dopo anni di lavoro riabilitativo dentro il manicomio e di preparazione e organizzazione di un adeguato servizio territoriale fuori dal manicomio, il manicomio, nel 1977, viene chiuso.

La deistituzionalizzazione non è riducibile solo alla chiusura dei manicomi ma al completo sovvertimento del panorama psichiatrico. Un ripensamento radicale della psichiatria, della sua funzione sociale, delle sue pratiche, delle sue tecniche di gestione e dei suoi saperi costitutivi.

La chiusura dei manicomi apre, quindi, un nuovo modello di cura, costruito sulla fitta trama di assistenza domiciliare e ambulatoriale per la terapia ordinaria, integrata da interventi e ricoveri brevi per le situazioni di crisi.

Le persone destinate alla reclusione cronica tornano a vivere in famiglia o in piccole comunità, finalmente riappropriandosi di un’esistenza dignitosa.

Muta quindi l’intero panorama in materia di disturbo mentale, centrato sullo spostamento dell’intervento, dalla reclusione manicomiale al territorio, ma soprattutto sullo spostamento dell’interesse dalla malattia alla persona e alle sue disabilità sociali con il passaggio dalle pratiche inabilitative, come quelle manicomiali, alle pratiche riabilitative, intese come la complessa azione nei riguardi del paziente e del suo contesto.

Le nuove comunità si proporranno quindi come un’alternativa innovativa di cura al trattamento manicomiale, identificandosi come il primo spazio ove il malato può vivere, inserito a pieno titolo all’interno del complesso contesto sociale.

Un momento storico in cui la distanza tra le due polarità, follia e società, apparentemente si annulla.

La dimensione della cronicità uscendo dal manicomio, diviene quindi vicina di casa ma si mantiene inalterata, attorno alla quale si ricostituisce una cortina di ferro, che delimita all’esterno la società normale e all’interno contesti ove si attuano interventi assistenziali e risocializzanti, che scandiscono percorsi di cura capaci solo di attraversare precise porte comunicanti con l’esterno ma che non permettono di abbatterne i confini. Il paziente, accompagnato dall’operatore, sovente assiste allo spettacolo della normalità, ma non ne fa mai parte, è un frequente osservatore di un mondo a cui non appartiene.

Diviene questo il panorama degli anni successivi all’applicazione della legge 180, evidente sino a qualche anno fa in molte delle strutture residenziali, ove la temporalità è a tutt’oggi un concetto avulso e non familiare per lo psichismo del paziente e del luogo ove lui stesso è ospite.

La comunità diviene quindi luogo ove vivere, spazio ove poter essere folle ma comunque assistito nella propria follia.

Il malato è mantenuto all’interno delle comunità che diventano manicomi moderni, ove non si cercano nuovi equilibri ma si perpetuano equilibrismi per conservare i contrappesi. Il tempo perde molti dei suoi significati, viene privato delle sue peculiarità, quanto oggettive tanto soggettive, vanificando ogni protensione a venire, ogni progettualità.

Le Comunità divengono quindi luogo ove, sovente, tutto si mantiene immobile, nel tentativo di evitare la crisi, non perché la crisi costituisse un impedimento ad un percorso bensì perché questa poteva rompere la staticità dell’immobilità.

Le nuove strutture comunitarie, nate dall’applicazione della legge 180, si ripiegano su sé stesse, schiacciate dallo stigma sociale, dall’impreparazione culturale della società “civile” e da una condizione ambientale non favorente la corretta restituzione della follia alla società. Luoghi, quindi, contraddistinti dall’autoreferenzialità, dall’indeterminatezza della durata dell’esperienza e dalla decontestualizzazione rispetto al sociale ordinario.

Ma negli ultimi anni si assiste a un nuovo cambiamento, caratterizzato dalle nuove configurazioni terapeutiche improntate sui concetti del valore prossemico degli spazi, della riscoperta della componente affettiva ed estetica degli spazi ove, attraverso il fare, si creano relazioni, si apprendono saperi e tecniche, creando contesti “normali”, ove la cura e la bellezza degli spazi, si intersecano con un setting più rigido ma comunque individualizzabile in funzione della persona, ricreando quindi una situazione che mima quanto avviene in una società normale. Non più l’osservazione della normalità, ma la possibilità di attraversarla e viverla attraverso strumenti e modalità che la “normalità” civile richiede.

E’ all’interno di questi spazi di cura, almeno a partire dall’ultimo decennio, che nasce così una profonda riflessione sui luoghi della riabilitazione, intesi come luoghi di transito, d’incontro e d’impegno, resi significanti dalla “prossemica delle emozioni” e dall’architettura delle diverse “distanze” possibili tra utenti e operatori, e quindi degli stili delle relazioni di cura.

Un contesto accogliente in cui sono di casa il rispetto e il calore affettivo, rendendo, così, facile l’abitare un luogo e la creazione di un insieme di abitudini che costituiscono un sapere del corpo e con esso un fattore di sicurezza e di appartenenza fondamentale perché il paziente possa rappresentarsi.

Nascono così progetti riabilitativi individualizzati, ove gli obiettivi previsti debbano essere commisurati al parametro temporale, sovvertendo così l’idea di un percorso di cura interminabile, ove stazionare e mettere radici.

I nuovi progetti riabilitativi si articolano sempre più sulla dimensione temporale, che quindi impone obiettivi da raggiungere, che non costituiscono la conclusione, ma semplicemente una tappa di un percorso articolato e progressivo volto al raggiungimento di livelli di autonomia crescenti, commisurati alla soggettività dell’individuo.

Obiettivi che costituiscono il fine della riabilitazione attuale, ossia far crescere le persone aiutandole a organizzare le proprie energie in senso produttivo e maturativo, distogliendole dall’atteggiamento di ripiegamento su sé stessi, indirizzandole lungo un percorso di apertura verso il mondo esterno, che porta alla ricostruzione di senso e con esso al recupero del significato della propria esistenza.

Un intervento quindi che si rivolge all’individuo come persona, piuttosto che come paziente, all’individuo nella sua globalità, volto anche a recuperare la responsabilità individuale, il controllo, il senso di autostima, sostenendo la partecipazione attiva al processo riabilitativo.

Dott. Filippo Tancredi

Presidente Fondazione PsicheFuturoInnovazione

Anisé Art Gallery

Anisé Art Gallery

Un piccolo ricordo.

Oggi una fetta importante della vita di molte persone, come della mia, è andata persa. O meglio, non si perde mai nulla nel corso della propria esistenza ma, certo, molti di noi non troveranno più quel ristoro e quella dimensione indefinita in cui immergersi quando il dolore o il piacere vincono su ogni ragione.

Perché la musica, più di ogni forma d’arte, ha un linguaggio al di sopra di ogni razionalizzazione, di ogni pensiero, di ogni formazione.

Non serve conoscere, perché la musica non necessita di spiegazione alcuna.

Lei non chiede contorni, non grida motivi, non pretende nulla.

La musica è. Punto.

Perché nelle sue diversificazioni giunge nell’anima di ognuno e estrae ciò che è capace di fare, come foglie al vento.

Il mio maestro diceva che il gusto è l’espressione del talento, al punto da guardarmi con sospetto e giudizio, quando mi chiese se mi piacesse più un autore rispetto ad altri.

Io credo che il talento sia la capacità di far emozionare la parte più profonda della nostra sensibilità. Non so quanto sia scientifico tutto ciò, ma le mie lacrime dinanzi ad alcuna musica, sono per me l’espressione di talento, di qualcosa che evoca una parte profonda e intima di noi. Almeno per me è così.

Franz Lizst all’Ospedale Salpetrière riusciva a tranquillizzare il reparto delle “isteriche”, considerate non epilettiche dal monumentale medico Pierre Marie Charcot.

Pino Daniele mi ha sorretto in un lungo periodo in cui ho parlato con la morte, ma anche quando ho conosciuto le gioie della vita. E mi tranquillizzava, come le isteriche che modificavano le loro manifestazioni epilettiformi ascoltando le note del pianista ungherese.

Liszt non fu un grande autore, visse all’ombra del grande Chopin, pur essendo tecnicamente di gran lunga superiore. Forse qualunque musicista sarebbe riuscito a fare altrettanto. Ma Pino, nella sua era, nel suo piccolo e nella sua enormità, ha inventato qualcosa. Come Chopin, come Debussy, come Charlie Parker, come Pat Metheny con cui si esibì in un concerto straordinario a Milano.

Lì ho visto la sua umiltà dinanzi ad uno dei grandissimi talenti del jazz, che a soli 19 anni poteva permettersi di insegnare chitarra al Berklee College di Boston, a musicisti del calibro di Al di Meola e di Chuck Loeb.

Pino Daniele era spostato al margine del palco, un po’ intimorito, ma con una dignità “terrona” commovente, accompagnava e sorreggeva Pat Metheny nel corso del concerto.

Insieme lasciarono traccia indelebile di quella sera nella memoria di tutti noi presenti.
Pino Daniele ha inventato un nuovo modo di suonare, senza nemmeno saperlo.

Quando uscì “Nero a Metà”, lui stessa dichiarava di conoscere a malapena gli accordi progressivi, la base per un musicista, così come tanti dei musicisti che lo accompagnavano negli anni Settanta.

Come non ricordare James Senese, “figlio della presenza americana napoletana”, capelli alla “Napo Orso Capo” e linguaggio napoletano-musicale, così come Rino Zurzolo con il suo contrabbasso in “Lazzari Felici”, una vera poesia nella musica. E Joe Amoruso, Enzo Avitabile…sino ai più commerciali come Tullio De Piscopo e Tony Esposito….eh sì, perché è Napoli che parla ora, quel pezzo di mondo assurdo e contraddittorio quanto unico e straordinario. Là dove tutto è possibile, soprattutto musicalmente e nell’arte in genere.

Un luogo unico, irripetibile, indimenticabile. Là, dove l’esistenza trova la sua realizzazione proprio nel punto in cui l’arte incontra la filosofia dell’esistenza.

Qui nasce un nuovo modo di suonare, di fare teatro con Edoardo de Filippo, di fare cinema con il grande Totò, sino a Massimo Troisi.

Ricordo al termine del film “Il Postino”, l’applauso della platea, che spinta da una strana emozione, si alzò dinanzi alla parola fine e ai titoli di coda nel lunare cinema “Apollo” di Bergamo, e senza alcuna preparazione, si abbandonò ad un applauso quasi catartico, in piedi, quasi nel tentativo di esprimere un’emozione controllata e implosa per tutta la durata del grande capolavoro di Troisi.

Ma quanti ancora… non c’è tempo … e moltissimi altri, non meno importanti.
Nascere nel Mediterraneo e a Napoli, significa portare con sé la tragicità e il piacere della vita e, soprattutto, della vita a tutti i costi, mai disgiunta dalla consapevolezza della morte… da questo luogo dannato e incantato che ha contribuito alla nascita di una delle strutture musicali più belle del mondo musicale: il tango. Perché il tango è anche il frutto dei numerosi immigrati italiani in Argentina. Astor Piazzolla, per citarne uno.

E come Napoli, anche altre città, perché “le città di mare”, riprendendo il titolo di una canzone dei fratelli Bennato, altri napoletani doc, sono luogo di incontri, di emozioni estreme e di tragedie infinite.

Come Genova, là dove un nuovo modo di suonare s’imponeva qualche anno prima con Luigi Tenco, che cantava come il suo clarino, o come la grande Puglia, con Domenico Modugno che musicò i suoni della terra con le sue canzoni.

Quante cose i talenti sono in grado di evocare, e quanto cose vorrei scrivere, dandone una forma.

Ma è finito il tempo, troppo breve per dire e emozionarsi ancora, per evocare altro. Troppo, forse.
È questo il mio piccolo ricordo sentito di Pino. Un grazie per tutto. Per me tanto.

Dott. Filippo Tancredi

Titolare del Centro Anisé