Anisè

In un abbraccio statua

MAGAZINE Febbraio 2025 N°4

In un abbraccio statua

“In un abbraccio”. Giovanna Fabbris.

Cara lettrice, caro lettore,

in questi ultimi giorni si sono create le condizioni per ripensare alla storia e ai significati che mi hanno accompagnato in questo complesso percorso di costruzione di un progetto così ambizioso, in cui più strutture convivano sinergicamente intorno alla psiche e alla ricerca di un benessere migliore.

Un Centro volto allo studio, ricerca e cura del disturbo mentale, la cui formazione degli specialisti possa nutrire nel tempo l’evoluzione di una struttura ricca di bellezza, ove arte e cultura contribuiscano a renderla domestica e sorprendente, sostituendo la povertà, l’asetticità e il “vuoto” che ogni contesto sanitario porta con sé, quasi come una divisa di lavoro, un camice che contraddistingue tutto ciò che è cura, ignorando quanto, invece, l’ambiente costituisca il presupposto per accomodarsi più serenamente, in attesa della cura e della così tanto agognata guarigione.

Mi sono chiesto come mai da tempo lavoro incessantemente a tale progetto, conservando, tuttavia, la serenità di chi sa che un giorno arriverà dove ha sempre desiderato giungere.

Un recente incontro con una Docente dell’Università Bocconi ha fornito al mio quesito una lettura che in una certa misura è stata chiarificatoria e oltremodo rasserenante.

“La sua attività, Dottore, svolge tre specifiche funzioni: imprenditoriale, manageriale e medico-clinica”. Tre ruoli svolti da un’unica persona.

Un’impalcatura destinata a fallire nella stragrande maggioranza delle situazioni ma che, nel mio caso, secondo il giudizio della Docente, è stata vincente, per una sola e significativa ragione: l’Identità.

“Lei Dottore, aveva un’idea di partenza definita, chiara che l’accompagna nel corso del tempo senza alcun modificazione dei contenuti”.

Ed è proprio così. So che un giorno realizzerò la mia immagine sognata ad occhi aperti, senza alcun compromesso.

L’identità è come un lungo viaggio che dalla nascita ad oggi parla di sé attraverso mille storie, infinite esperienze personali, narrando una vita tesa nel tentativo di realizzare sé stessi.

Friedrich Nietzsche affermava: “Diventa ciò che sei”.

Umberto Galimberti, riferendosi al pensiero filosofico dell’antica Grecia, afferma: “Conosci te stesso, perché la prima condizione per diventare sé stessi è quella di conoscersi, di conoscere le proprie potenzialità, le proprie virtù, le proprie capacità e ciò per cui si è nati. E se riesci a far fiorire ciò per cui sei nato, se davvero diventi te stesso, al di là dei modelli che vuoi imitare, al di là delle belle cose che ti vengono fatte vedere, se riesci a diventare te stesso, raggiungi la felicità”.

E negli spazi del Centro Anisé, tutto parla di un percorso di vita che procede nella direzione della realizzazione di sé.

Oggetti, arte, scienza, profumi. Ogni angolo, qualunque oggetto racconta una storia, un periodo, una passione o un fatto che fa parte di questa identità.

Come la macchina da scrivere di Giovanni, paziente da me conosciuto nei primi anni della mia attività, che ho, personalmente, insieme all’equipe del tempo, accompagnato in un contesto nuovo, lontano dai luoghi tristi nati dalla chiusura dei manicomi.

È della sua storia di cui parlerò a breve perché anche da Giovanni nasce lo spazio ricercato e curato del Centro Anisé, così come la sobria eleganza della Fondazione PsicheFuturoInnovazione che, nonostante gli iniziali tentativi di renderla uno strumento per scopi ben lontani dalla vera solidarietà, continua a vivere solida, tutta improntata su un concetto molto più ampio di una semplice via attraverso cui fare della beneficenza.

Perché anche la Fondazione ha la sua identità, che Michela Chiappini ed io, stiamo sempre più consolidando, rendendola impermeabile a qualunque tentativo di utilizzarla per scopi differenti dalla sua vera natura.

E per continuare a parlare di identità e di emozioni ad essa connesse, Anisé Art Gallery ospiterà “Sentimenti”, mostra di Giovanna Fabbris, artista “giovane” ma capace di evocare con le proprie opere emozioni e sentimenti che permangono e continuano nel tempo, contribuendo così a conoscere chi siamo e ciò per cui siamo nati.

Buona lettura.

Dott. Filippo Tancredi

Centro-Anisé

Centro Anisé

La poetica dello spazio.

Quale è il luogo dove nasce la poesia?

In quale spazio particolare, specifico, sorge l’immaginazione, trasformandosi in parole e versi?

È uno spazio attraversato da alcuni grandi temi come la vita, la morte, l’amore e la natura.

Uno spazio aperto ai grandi orizzonti del cielo e del mare ma anche lo spazio chiuso della casa rappresenta un luogo, come affermava Gaston Bachelard, “dell’immensità intima”, dove la nostra esperienza trova la sua dimora, il suo stare con sé stessi, il “guscio” entro cui riparare e ritrovarsi.

Ed è in questa casa, in una di queste “capanne”, come lui la definisce, in cui vivrò un’esperienza per me molto rappresentativa, i cui significati sono percepibili oggi negli spazi del Centro Anisé.

Un lungo lavoro per me e i miei operatori, ancora nitido nella nostra memoria, innanzitutto perché giunto a buon fine ma soprattutto perché mi ha consentito di restituire attenzione e significati alla relazione che ognuno ha con l’ambiente, con lo spazio e con gli oggetti, che albergano all’interno di esso.

Parlerò di Giovanni, un uomo portatore di un’Insufficienza mentale e da un grave Disturbo della Personalità, la cui menomazione ha da sempre limitato il raggio di azione e la sua autonomia, sia a causa delle inabilità fisiche, sia perché sensibilmente costretto dai limiti comunicativi.

Giovanni aveva un eloquio difficilmente comprensibile, così come erano risicate le proprie capacità intellettive, a fronte, tuttavia, di una dimensione emotiva molto sviluppata e particolarmente permeabile agli stimoli esterni.

Sensibile ad ogni sfumatura che potesse modificare il proprio mondo, ogni oggetto per Giovanni costituiva lo strumento attraverso il quale raccontare di sé e porsi in relazione con il mondo.

Lo spazio di vita di Giovanni si popolava di oggetti che parlavano di una parte di lui, pezzi della propria anima, ricchi di storia e di significati.

Nulla poteva essere spostato nella stanza di Giovanni, quasi come una nota del pentagramma di una sinfonia.

Bisognava camminare in punta di piedi nello spazio di Giovanni che, ahimè, doveva essere dimesso e accompagnato in una struttura per anziani, dove avrebbe trascorso gli ultimi anni, in attesa della morte. Lui che aveva vissuto in una stanza ove soltanto Giovanni aveva la libertà di muoversi.

Nella sua stanza, noi operatori dovevamo entrare in punta di piedi, senza nulla toccare, adagiandosi nei pochi spazi disponibili di uno spazio ove tutto aveva un senso.

Era il proprio “spazio vissuto”, lo spazio identitario di Giovanni, paziente dell’ex Ospedale Psichiatrico, dove aveva trascorso la sua esistenza sin dai primi anni dell’adolescenza.

La vita di Giovanni fu molto triste.

Una madre vergognosa di un figlio “deforme”, che, sin dai primi anni di vita, viene trasferito in strutture finalizzate alla gestione delle gravi inabilità, peregrinando da una struttura all’altra, ritenuta più o meno adeguata o commisurata al suo grado di handicap.

L’arrivo nella Comunità che dirigevo è conseguente all’apertura dei manicomi, divenendo così la sua abitazione, la sua casa, che lui arricchisce e dà “vita” con i propri oggetti, distribuiti nella sua camera secondo un suo criterio personale, il cui significato rimase inviolato nel corso degli anni.

E tra questi oggetti, vi è una macchina da scrivere, una vecchia macchina a lettere rotanti attraverso la quale Giovanni comunicava, rendendo più comprensibile il suo eloquio a chi, con fatica, non riusciva a codificare il suono delle proprie parole.

Ed è in questa casa, nella “sua casa”, ove si è costruita la nostra alleanza terapeutica, quella relazione medico-paziente che ha consentito il suo ultimo trasferimento nella Residenza per Anziani.

Un luogo ove Giovanni ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza, felice, soddisfatto, attorniato da tutti i suoi affetti ma soprattutto dai suoi oggetti, in particolare dalla sua macchina da scrivere, vero pilastro della sua intera esistenza.

Nella casa del malato accade qualcosa di importante, di delicato e fragile, più di qualunque altro spazio.

Si entra in uno spazio vissuto, ove affetti e relazioni si plasmano sul disagio del malato.

Uno spazio intimo e difeso dal malato e dai suoi familiari che, in un certo senso, si invade, talora anche violentemente quando ci si entra.

Varcare i confini tra mondo esterno e “casa” del malato è quasi un’intrusione destabilizzante, il più delle volte dolorosa per chi la subisce.

L’attenzione e la delicatezza nei riguardi dello spazio vissuto del malato costituiscono aspetti non trascurabili per la costruzione di quell’alleanza terapeutica che rappresenta il primo obiettivo per l’avvio dei percorsi di cura riabilitativa.

Una cura non praticabile in assenza di quel clima di complicità, di condivisione affettiva e di protezione che l’individuo chiede da una relazione terapeutica.

Ecco, quindi, che il nostro comportamento spaziale assume un’importanza inestimabile, prima di ogni linguaggio simbolico o numerico che caratterizza la comunicazione verbale.

Noi eravamo degli intrusi in quella casa tutta cristallizzata su precisi significati, tra di loro in piena armonia. Bisognava entrare, farsi accettare, presentarsi come una presenza che mai avrebbe voluto violare o aggredire il suo mondo. Funzione ancor più complessa se si pensa che il ruolo di noi operatori sanitari consisteva proprio nell’eradicazione di Giovanni da quella “casa”, nella direzione un nuovo luogo, lontano da quello spazio a lui caro e così significativo.

Soltanto il graduale avvicinamento a Giovanni, nel pieno rispetto di quelle distanze per lui così preziose, ha consentito a noi operatori di mettersi in contatto con lui, osservando, rispettando e utilizzando quegli oggetti e quello spazio che per il paziente avevano un significato inestimabile.

Il “faccia a faccia” per Giovanni aveva significati così considerevoli che non potevamo ignorare, ben prima di ogni comunicazione verbale.

I gesti e le espressioni del viso erano per Giovanni la sua modalità elettiva di comunicazione, pretesa talora in modo aggressivo, quasi discriminante nei riguardi di chi non riusciva ad entrare in sintonia, tanto da rappresentare un vero e proprio banco di prova, costante, continuo.

È stato attraverso il linguaggio degli sguardi, per esempio, a permetterci di entrare in spazi più intimi, concedendo momenti in cui un invito, un’allusione, una promessa o al contrario, un rifiuto, potessero prendere vita e articolarsi in una relazione più vera e vitale.

Per Giovanni ogni momento, ogni gesto, ogni movimento costituiva un’espressione, una volontà, un’emozione. E la comunicazione analogica di Giovanni si realizzava in tutte le sue modalità, dagli atteggiamenti posturali, dalla mimica facciale, dalla gestualità, dai segni paralinguistici come il tono e più in generale la modulazione della voce, sino alla gestione della distanza fisica dagli altri.

L’atteggiamento posturale mostrava tutta la personalità di un uomo dipendente dalle figure dominanti, nel suo infantilismo, quasi come se il suo psichismo fosse ancora fermo al momento dell’ingresso in Ospedale Psichiatrico, all’età di dieci anni, quando la deformità fisica trovava sfogo e spazio in un’istituzione a sua volta deformante.

Giovanni camminava con la testa piegata sul lato, a tratti china, quasi nel tentativo di non mostrare un’emotività troppo derisa e frustrata. Si muoveva a piccoli passi, quando riusciva e il suo viso assumeva tinte ed espressioni più rilassate quando si sedeva o si appoggiava al divano, soprattutto quando tutto ciò si svolgeva lontano dagli occhi delle persone presenti.

Insomma, la comunicazione offerta dalla sua postura non lasciava certo trasparire una persona serena, con un passato che predispone all’esperienza positiva futura. Tutt’altro. Giovanni visse un’esistenza all’insegna della remissività e della vergogna.

La mimica facciale di Giovanni era certamente complessa, date le deformità fisiche e le espressioni che avvenivano in una fisicità deformata ma, certamente, rappresentava il più importante canale di comunicazione.

Giovanni era ricco di smorfie soprattutto quando pervaso da emozioni gaie o gioiose. Sembrava scoppiare di felicità anche per piccole cose, mentre diveniva cereo, inespressivo a fronte di eventi difficili. Anche il tono della voce era utilizzato da Giovanni per comunicare le proprie emozioni, modulando il suono e la timbrica in funzione del proprio stato emotivo.

Ma è stata la prossemica a costituire l’area più affascinante di questa mia esperienza.

Mi riferisco al “linguaggio della prossimità”, ossia a quell’insieme di regole e strategie comportamentali in base alle quali gli individui agiscono e gestiscono lo spazio che li circonda quando si trovano in presenza dei propri simili.

Sono i miei primi incontri con Giovanni a condurmi ad avere una maggiore attenzione a tali comportamenti.

Momenti fatti di distanza nell’ appartamento di Giovanni, una distanza mantenuta costante nonostante i percorsi che lui compiva durante le mie visite, tracciati tra la camera e il soggiorno, ricco di oggetti non personali, condivisi dagli altri pazienti e che sempre più di frequente Giovanni mi chiedeva di condividere, toccandoli, spiegandomeli, manipolandoli e allontanandoli da me dopo il mio contatto. Soltanto dopo questi momenti di condivisione e di sperimentazione, di avvicinamento-allontanamento simbolico, osservati nel corso dei mesi, Giovanni mi abbracciò, dandomi un bacio che accolsi amichevolmente. Un bacio che accadde dopo avermi mostrato a lungo la sua macchina da scrivere, della quale mi descrisse minuziosamente l’utilità.

Subito dopo mi mostrò un biglietto da lui dattiloscritto sul quale vi era una dedica di affetto nei riguardi di un’operatrice a lui molto cara.

Il suo abbraccio rappresentò il superamento della diffidenza, l’investimento affettivo che consentì la costruzione di un’alleanza, permettendo così la realizzazione di quel trasferimento doloroso per Giovanni, come per noi operatori ma che ha però consentito di offrire nuovi momenti di vita al paziente prima della sua morte.

Il comportamento di Giovanni, l’avermi incontrato in ambiti ove la ricreazione e la relazione non è mai intima, privata, così come l’abbraccio avvenuto nella sua camera vicino alla sua macchina da scrivere, strumento a lui indispensabile, così come il suo comportamento successivo osservato durante le prime esplorazioni nella Casa Albergo, sono indicative di come la prossemica possa svelare regole e formule che possono parametrare i comportamenti umani e le relazioni esistenti tra comportamento umano e ambiente.

Può sembrare superfluo ma la disposizione degli arredi dentro uno spazio può predisporre al dialogo, favorendolo ed incoraggiandolo, così come possono inibire e scoraggiare la relazione interpersonale.

Quindi anche la progettazione e la costruzione di interni e degli arredi può essere finalizzata al benessere della persona, favorendo la modulazione del comportamento spaziale, aumentando o diminuendo così la distanza fisica dagli altri.

Il luogo che la persona abita è una metafora della dinamica intrapsichica appena descritta, nel senso che ciò che sta fuori è l’espressione del mondo interno della persona.

La casa, dal punto di vista psicologico, rappresenta uno spazio di individuazione, un luogo attraverso cui ci definiamo, ci diamo dei confini.

La casa ci accoglie, ci contiene, ci delimita, ci dà sicurezza e protezione.

La casa è il nostro posto, ci appartiene.

Proprio per tornare all’esempio del dentro e del fuori, pensiamo a come questa funzione veniva svolta dal porticato nelle case di un tempo. Da quella sorta di soglia prolungata della casa, in cui la casa non c’è più e, tuttavia, è ancora distinta da tutto ciò che sta al di fuori.

Come dice Baricco, “gli uomini hanno case, ma sono verande”, ma le verande, i porticati, le soglie, sono i luoghi nei quali l’uomo esprime al meglio il proprio essere al contempo nel mondo e pronto a rientrare dentro di sé.

Ora questo fondamentale “luogo” di transizione è quasi scomparso, se non nell’abitudine, ancora presente, di sedersi fuori dall’uscio di casa per vedere transitare davanti a Sé il mondo esterno ed entrarvi in relazione.

Lo stesso Jung sosteneva che la casa ha una valenza intrapsichica, tanto che egli la assumeva come strumento di analisi per l’animo umano. Jung sosteneva che esiste un rapporto tra la persona e la sua dimora e che l’abitazione attuale ha un rapporto triangolare con la casa di origine e con la casa dell’infanzia.

È necessario quindi distinguere con chiarezza il luogo di residenza dal luogo di appartenenza.

Il primo è il luogo nel quale, di fatto, si sta, in cui si risiede fisicamente; il secondo è, invece, quello nel quale si continua ad abitare emotivamente con una parte sommersa di sé, magari anche a distanza di molti anni dal distacco.

La casa vissuta non è, dunque, uno spazio inerte, ma, come sosteneva Bachelard, è uno “spazio abitato che trascende lo spazio geometrico”.

Virginia Woolf, parlando del proprio rapporto con gli oggetti quotidiani e degli spazi che la memoria le permette di rivisitare, descriveva la sensazione “di stare in un acino d’uva e di vedere il mondo esterno attraverso un velo di giallo semitrasparente”.

Se quanto detto, mette in luce il significato psicologico che la casa riveste per tutti, possiamo provare a domandarci come tutto questo possa essere stato utile nel pensare all’organizzazione spaziale di Giovanni nell’Istituto per anziani e di quali segnali possano essere stati cosparsi questi luoghi di ricovero per aiutare Giovanni a viverli. Non si trattava di proporre formule architettoniche specifiche, con questo o quel colore o questo o quel mobile, piuttosto di aiutare a ridisegnare ogni punto e ogni oggetto di un possibile valore affettivo spesso dimenticato.

La nostra prima visita con Giovanni mi permise di osservare il suo comportamento attento, timido e rigido in questo grande e freddo Istituto, popolato da molta gente, spesso silente e quasi cieca dinanzi ad un nuovo arrivo.

La conoscenza con la sua camera fu inizialmente difficile, dolorosa, ricca di perplessità, all’interno di un mondo estraneo, vuoto e privo di valori affettivi.

Fu la sua macchina da scrivere a rappresentare il suo pilastro, le fondamenta per la ricostruzione lenta di un mondo che diventerà così familiare, confortevole come una “madre sufficientemente buona”.

E con la macchina da scrivere, la sua piccola scrivania ove poggiare la sua compagna fedele e insostituibile a lettere rotanti. Fino alle sue fotografie, ai suoi oggetti intimi e meno intimi, utilizzati sempre più come strumento di esplorazione del mondo.

Giovanni era come uno straniero, perché il vecchio che entra in una casa di riposo è, alla fine, uno straniero per la struttura, uno che sta fuori, che viaggia, che si allontana dal proprio luogo di origine, che si estranea, che assume altri punti di vista, ma è anche colui che arriva da fuori, che entra in contatto con luoghi strutturati, che sovverte vecchi ordini.

A questo straniero non viene, però, data cittadinanza negli istituti per anziani.

A Giovanni fu chiesta la più totale integrazione nell’ordine costituito, proprio come all’immigrato che deve abbandonare la propria identità culturale per assumere un aspetto gradito.

Entrando nell’istituto, la stanza di Giovanni dall’interno assumerà la propria forma, così come un vestito, che, per sentirselo addosso, non deve essere né troppo stretto né troppo largo, ma modellato su di sé, con quel tanto di comfort armonioso che non incute né timore, né depressione. Ciò non significa valutare superflui gli standard edilizi ormai imposti a tutti gli istituti, ma piuttosto ricordare la difficile sfida, che si ingaggia ogni qual volta si affrontano questi temi, tra esigenza personale e istituzionale.

Una sfida che non deve essere sempre vinta, “per definizione”, dall’ente e dalla sua organizzazione. Non solo, ma la funzionalità degli spazi e degli oggetti non coincide sempre con il loro significato psicologico: una maniglia, ad esempio, non è solo funzionale all’apertura di una porta, ma trasmette anche significati di apertura.

Nel regno dei significati, la maniglia apre, così come la chiave chiude. O, ancora le maniglie delle porte conservano il tremito di una mano, l’emozione dell’attimo in cui essa aveva esitato a completare il suo gesto, ma una mano che, nonostante tutto, rimane padrona del proprio gesto.

A proposito di porte. Solitamente, tutte le porte si aprono verso l’interno delle stanze. La porta che si apre verso l’interno della stanza va nella direzione dell’entrare, dell’andare dentro, ma rappresenta anche la possibilità, bloccandola, di impedire ogni intrusione. Questo non avviene negli ex ospedali psichiatrici e negli istituti di lunga degenza, dove le porte si aprono verso l’esterno, per timore, forse, che qualcuno possa barricarsi dentro le stanze, ma viene da pensare che il motivo sia più profondo e serva per segnalare ai degenti l’assoluta mancanza del diritto a uno spazio privato. Con queste porte, c’è sempre qualcuno che può trarti fuori di lì, che può risucchiarti dalla tua stanza.

Sempre nel regno dei significati, sono importanti tutti i “nascondigli” e le cose necessarie a nascondere: nascondere nella casa, nell’animo, agli altri, a noi stessi. Ecco allora che comodini e armadi diventano oggetti e soggetti che hanno il significato della segretezza, dell’intimità, del mistero. Bachelard affermava che “lo spazio interno dell’armadio è uno spazio di intimità, uno spazio che non si apre di fronte a chiunque”.

La sua scrivania tanto voluta e ottenuta perché forniva appoggio alla macchina a lettere rotanti ma soprattutto perché dotata di cassetti che gli consentivano di custodire le sue lettere d’amore per le sue innumerevoli donne di cui Giovanni si “innamorava”.

Credo che alla maggior parte delle belle operatrici dei Servizi Psichiatrici Giovanni avesse dedicato una lettera dattiloscritta, conservata nella sua scrivania della sua casa.

Soltanto con la sua scrivania si riuscì a sfuggire a quell’esigenza istituzionale che prevede la consegna delle chiavi degli armadi, dovendosi così confrontare con situazioni angoscianti in cui Giovanni doveva porsi se aprire, quando aprire, perché aprire, di fronte a chi aprire una porta capace di svelare il proprio mondo.

C’è, poi, tutta una riflessione su cosa contengano questi armadi. Innegabilmente, spesso sono anche luoghi nei quali si realizza una sorta di collezionismo o il semplice raggruppare oggetti.

Benché questi comportamenti possano, a volte, causare confusione e anche problemi igienici all’interno della stanza di degenza, essi possono anche essere visti come il filo segreto della vita mentale di chi trova, in questo modo, la possibilità di controllare una realtà fatta di perdite e di acquisizioni inattese. Certamente ogni collezionismo reca in sé un elemento di lieve sfasatura rispetto a una conduzione equilibrata, ma impedire il funzionamento di questo meccanismo, in virtù di un ordine esterno da garantire, può arrivare a minare il seppur precario ordine interno alla persona, reso possibile da questi comportamenti.

Martin Heidegger sostiene che “molte costruzioni albergano l’uomo, ma poi succede che egli non abiti in esse se per abitare un luogo non si intende solo l’avervi il proprio alloggio”.

Questa riflessione ci deve far pensare a come molte richieste degli ospiti istituzionalizzati di “tornare a casa”, possano esprimere il desiderio del ritorno in una sorta di “grande culla” dove le angosce possono trovare ricompensazione.

La casa non è abitata solamente da oggetti, ma sono segni di identificazione anche i suoi odori, i suoi suoni, la caratteristica fisica delle sue superfici.

Questo “marchio” di identità, che ognuno dà alla propria casa, viene fortemente osteggiato nell’istituzione, che non tollera odori e suoni sgradevoli.

Proprio nel campo degli odori, l’azione normalizzatrice dell’istituzione è particolarmente decisa: la giustificazione della necessità di applicare le norme igieniche spesso trascende le sue stesse motivazioni sanitarie, per giungere a dare ai ricoverati una sorta di “nuova divisa” caratterizzata dall’emettere tutti “lo stesso odore”.

Queste riflessioni appaiono tanto più significative per l’anziano che, nella maggioranza dei casi, è un residente di una casa popolata di molte presenze, in cui vi sono oggetti dal significato unico e irripetibile, che lo hanno accompagnato nel corso di tutta una vita. Perché vi sono oggetti che possono essere abbandonati e altri no e, quindi, oggetti che possiamo lasciare fuori dai ricoveri e altri ai quali dobbiamo trovare, in qualche modo, posto, eventualmente attraverso delle loro rappresentazioni.
Ma vi sono anche altre stanze importanti all’interno di un’istituzione.

In primo luogo, le stanze del potere, dove si decidono i destini dei ricoverati, come gli ambulatori o gli uffici, dove occorre il permesso per entrare, come, quando si era più giovani, nella camera da letto dei genitori.

Vi sono, poi, le stanze degli incontri, anche quelli più bizzarri, come quelli cantati in “Piazza Grande” di Lucio Dalla. Un luogo dove l’umanità passa arriva, parte, ma sa che ci sarà sempre questo luogo di libero accesso, dove potere tornare. Forse, queste stanze rappresentano veramente le antiche piazze dei paesi e, forse, potrebbero recuperare un po’ dei loro significati.

Alla luce di quanto scritto, appare evidente come l’entrata nella casa di riposo rappresentò per Giovanni una vera esperienza di perdita.

La casa di riposo deve prendersi cura del vecchio ammalato, ma nel farlo, ricoverandolo al proprio interno, attua una delle più profonde violenze che si possano arrecare a una persona, strappandolo da ciò che ha più significato nella propria vita: lo spazio abitato.

Uno spazio che, tuttavia, nel caso di Giovanni venne ricreato e ripopolato di contenuti affettivi, di oggetti che lo ponevano in relazione con il mondo, riprendendo così i suoi movimenti nella stanza così come i suoi incontri nella grande sala di ricreazione, in quella Piazza Grande ove la gente si muove e s’incontra ma soprattutto, vivendo in un clima affettivo soddisfacente che consente di recuperare quei ricordi garanti della continuità del sé, indispensabile per un nuovo percorso di vita.

Dott. Filippo Tancredi

Titolare del Centro Anisé

Fondazione-PsicheFuturoInnovazione

Fondazione PsicheFuturoInnovazione

Non semplicemente solidarietà.

Identità, significato e coerenza.

Valori che Michela Chiappini ed io, stiamo implementando, proteggendo e presentando a chiunque e non soltanto a coloro i quali desiderano avvicinarsi alla Fondazione PsicheFuturoInnovazione.

Ma ancora oggi, mi chiedo perché una persona dovrebbe sostenere la Fondazione con una donazione.

Semplice, mi rispondo: “Per beneficenza”, “per fare del bene a chi ne ha bisogno”, archiviando frettolosamente la questione. Ogni cosa a suo posto quindi, soprattutto la coscienza.

Ma regolarmente, dopo qualche giorno, la domanda si ripresenta, forse perché è davvero faticoso identificare persone che possano elargire una donazione. O forse perché non abbiamo ancora identificato la modalità corretta per risuonare nelle persone quell’emozione che nel tempo favorirà la scelta di donare una minima parte dei propri averi alla Fondazione. O forse perché la Fondazione non è ancora ben conosciuta, o semplicemente perché si pensa, come sovente accade, che dietro un ente no-profit si nascondano obiettivi che nulla hanno a che fare con la compassione e la solidarietà.

Maya Angelou, affermava: “Non appena sei guarito, esci e cura qualcun altro”. Quasi a voler significare che soltanto chi ha sofferto, è sensibile alla sofferenza dell’altro, tanto da voler essere parte essenziale della sua cura.

Perché donare alla Fondazione PsicheFuturoInnovazione non è semplicemente beneficenza, atto altruistico che non si pone tanti perché.

Le ragioni sono ben più ampie e articolate.

Sostenere la Fondazione significa aderire ad un’idea innovativa, nella direzione di un futuro ambizioso ed edificante. Non si tratta semplicemente di aiutare qualcuno ma di sostenere la speranza verso il domani, di restituire il sogno di una nuova libertà a chi è costretto a vivere e morire in una gabbia di rumori e di coercizioni, in quella camera di dolore e di paura verso tutto ciò che sta lì fuori, in quel mondo sempre più lontano per essere vissuto.

Non si tratta di regalare qualcosa a qualcuno. No, non è così semplice e non vogliamo sia così banale.

Sostenere la Fondazione significa aderire ad un progetto contagioso che costruisce speranze, desideri e attimi di libertà. Anche solo dei brevi momenti che consentano però di intravedere un domani, sognando e agognando di essere ciò che la malattia vìola regolarmente, stuprando l’anima della persona.

Un progetto che cresce e di cui se ne diventa parte integrante, partecipando attivamente alla costruzione di una nuova strada, che accolga un numero sempre più crescente di coloro i quali hanno perduto la forza di credere nel sogno e nella speranza del domani.

Una strada che si dirige verso quel mondo ove sognare, desiderare e pensare non sia più un lusso ma un orizzonte ove vivere liberi dalla malattia.

È soprattutto per quanto anzidetto che, personalmente, voglio ringraziare la nostra cara paziente di origini asiatiche, che ha sofferto e che da tempo dona 5 euro tutti i mesi, certamente come ringraziamento ma soprattutto perché non si tratta di sola beneficenza ma soprattutto di riconoscere una propria identità e un legame che la proiettano in un futuro popolato da nuovi traguardi, conservando però la capacità di sentire l’altro, sostenendolo nella direzione di una nuova libertà.

Insieme a lei, voglio ringraziare tutti coloro i quali, con la loro partecipazione agli eventi della Fondazione PsicheFuturoInnovazione, ci stimolano a continuare a creare quel prezioso circolo virtuoso tra cultura, solidarietà e cura, che costituisce l’obiettivo della Fondazione.

Così come voglio ringraziare tutti colori che hanno elargito denaro alla Fondazione soltanto perché desiderosi di fare beneficenza o semplicemente per stima o amicizia per chi lavora per la Fondazione.

In particolare, voglio ringraziare i professionisti del Centro Anisé, i quali, con il loro lavoro, donano 2 euro per ogni prestazione svolta, potendo così garantire circa 35-40 mila euro annui di elargizione alla Fondazione. Ciò senza alcuna esitazione, motivati soltanto perché componenti di un gruppo che vuole continuare ad essere parte integrante e attiva di un progetto ambizioso ed esemplare.

Non posso non ringraziare Elena Maria Graziotto, Segretaria Amministrativa della Fondazione, che lavora incessantemente, dedicando alla Fondazione le poche ore a lei disponibili.

È lei il motore della Fondazione, capace di svolgere un lavoro infinito, sempre presente con tutti i pazienti inseriti nel percorso riabilitativo di cura, senza mai far mancare loro la giusta parola di supporto e di rassicurazione.

Non posso non ringraziare la mia cara Gabriella Tancredi che, silenziosamente, fornisce professionalità, calore e sostegno all’infinito lavoro profuso, sia in Segreteria e sia negli spazi interstiziali di un lavoro che non presenta mai una sosta.

Concludo ringraziando altre due persone.

La prima, Michela Chiappini, Socio Fondatore e Segretario della Fondazione PsicheFuturoInnovazione, la quale ha consentito che la Fondazione proseguisse nel binario della coerenza e dei valori verso i quali tende, impedendo, insieme alla scrivente, che divenisse satellite di dinamiche estranee alle finalità per le quali stiamo tutt’oggi lavorando. La sua presenza e il suo lavoro sono una continua elargizione di risorse emotive, umane ed economiche per la Fondazione.

La secondo persona è Diego Boffetti, che da anni sostiene in modo silente e così significativo il lavoro di tutta l’Equipe Riabilitativa, permettendo che i sogni e le speranze di ogni paziente si avvicinino a loro, tanto da poter essere toccati e da cui mai più separarsene.

Grazie davvero!

Dott. Filippo Tancredi

Presidente Fondazione PsicheFuturoInnovazione

Femminilità-ed-Eleganza

Anisé Art Gallery

Mettere in moto l’anima.

Una nuova veste, oggi, quella di Anisé Art Gallery.

Tanti angoli e spazi che accolgono le sculture di Giovanna Fabbris, con la mostra “Sentimenti”, quasi a voler intrecciarsi con le vite e i vissuti di tutte le persone che entrano al Centro Anisé.

Opere evocative, a tratti commoventi, garbate e silenziose, capaci però di “mettere in moto l’animo”, come diceva John Cage.

Ieri le porte di AniséArtGallery si sono aperte alle 16.00 e richiuse alle 19.00 ma torneranno a riaprirsi domenica 16 febbraio sempre dalle ore 16.00 alle ore 19.00.

La visita della mostra “Sentimenti” continuerà tutte le domeniche sino a domenica 31 marzo, soltanto previa prenotazione al numero

366/5655950 – 035/219263.

Dott. Filippo Tancredi

Titolare del Centro Anisé